Acabo de encontrar a íntegra da Conferência Dom Mário Piacenza, secretário da Congregação para o Clero, em um encontro de estudos sobre comunicação e sacerdócio promovido pela Pontifícia Universidade Santa Cruz, em Roma. Foi publicada na edição quotidiana

[L’OSSERVATORE ROMANO – Edizione quotidiana – del 20 novembre 2009]

 

Pubblichiamo quasi per intero il discorso pronunciato il 18 novembre da mons. Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, intervenendo alla Giornata di Studio su “La comunicazione nella missione del sacerdote”, organizzata dalla Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce.

 

* * *

 

L’efficacia del ministero, garantita, nei suoi aspetti essenziali, dalla grazia divina, descritta nell’ex opere operato di tomista memoria, è affidata anche, misteriosamente e nel contempo in modo affascinante, alla libertà del singolo sacerdote e al percorso di progressiva conformazione esistenziale a Cristo, unico sommo sacerdote, che ha inizio con il sacramento dell’ordine e prosegue per tutto il tempo dell’esistenza terrena. In tal senso, ciascun sacerdote è, per eccellenza, uomo della comunicazione: della comunicazione con Dio e della comunicazione di Dio ai fratelli, a lui affidati nella sollecitudine del ministero.

 

Come ricorda la Lettera agli Ebrei (5, 1-2), il sacerdote è un uomo totalmente relativo a Dio, dell’unico «relativismo» di cui sia possibile gloriarsi! È un uomo costituito dalla Misericordia divina in una precisa funzione rappresentativa di Cristo stesso: è alter Christus, come c’insegna la migliore tradizione ecclesiale. In tal senso egli è, indipendentemente anche dalle personali doti di comunicatore, sacramentalmente costituito in comunicazione-rappresentativa di Cristo stesso: il sacerdote e il sacerdozio non sono autosufficienti o indipendenti da Cristo e, quando — Dio non voglia! — lo divenissero, perderebbero la propria stessa forza missionaria, riducendosi a mere realtà umane, incapaci, per conseguenza di comunicare e rappresentare il Mistero. Lo stesso esercizio dei Tria munera sacerdotali è eminentemente un atto di comunicazione. Non mi riferisco solo al munus docendi, che lo è in modo più diretto e immediato nella predicazione e nella catechesi, ma anche al munus sanctificandi, in quella straordinaria forma di celeste comunicazione che è la divina liturgia, che obbedisce a precise regole comunicative proprie, mai disponibili a personali manipolazioni o aggiustamenti, e al munus regendi, per mezzo del quale i sacerdoti sono chiamati a comunicare la sollecitudine di Cristo Capo, Buon Pastore, che pasce, attraverso i suoi ministri, il gregge, per condurlo al Padre.

 

La comprensione e, dove necessario, la ri-comprensione della sostanziale natura ontologico-rappresentativa del sacerdozio ministeriale, distinto essenzialmente da quello battesimale, costituisce oggi un’autentica priorità per il clero, sia nella formazione iniziale, sia in quella permanente. Insegna a tal riguardo il Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1581: «Questo sacramento configura a Cristo in forza di una grazia speciale dello Spirito Santo, allo scopo di servire da strumento di Cristo per la sua Chiesa. Per mezzo dell’ordinazione si viene abilitati ad agire come rappresentanti di Cristo, Capo della Chiesa, nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re».

 

La prima e più  efficace condizione perché ciascun sacerdote assuma consapevolmente la responsabilità della comunicazione che pone in essere, è  determinata dalla comprensione della propria autentica e profonda identità, sacramentalmente e definitivamente determinata, non disponibile e, proprio per questo, oggettiva comunicazione del divino. Lo stesso Santo Padre, nel mettere in luce il nucleo essenziale della spiritualità di san Giovanni Maria Vianney, nel cui 150° anniversario celebriamo l’Anno sacerdotale, lo ha individuato nella «totale immedesimazione con il proprio ministero». Proprio tale immedesimazione è condizione imprescindibile d’ogni efficace comunicazione.

 

La seconda suggestione, che mi pare urgente offrire, riguarda l’indebito, e non di rado perfino davvero imbarazzante, proliferare dei «preti-star», presenti in molti organi d’informazione, soprattutto in televisione, senza alcun permesso dell’ordinario e senza possibilità di reale controllo da parte della legittima autorità ecclesiastica.

 

Se da un lato sarebbe onestamente auspicabile, in tale ambito, un’opportuna riflessione sul servizio di «sorveglianza»  degli ordinari — non si tratterebbe di un soffocante regime «poliziesco», ma di senso di responsabilità e di carità pastorale verso tutti, credenti e non — dall’altro ferisce non poco la constatazione di come spesso, se non nella maggioranza dei casi, certi sacerdoti, e persino alcuni religiosi, si discostino, anche palesemente, dalla comune dottrina, e non solo in ambito morale, ma anche de fide. È il segno d’uno smarrimento della propria coscienza identitaria, che determina, non di rado, disorientamento nei fedeli laici e nei comuni ascoltatori, i quali sono posti davanti alla differenza, talora clamorosa, tra la dottrina ufficiale della Chiesa e quanto comunicato — aggiungerei «inopportunamente!» — dai sedicenti preti-star.

 

Sappiamo bene come il mondo, nel senso giovanneo — e in tal senso non pochi media svolgono pienamente questo compito — abbia sempre cercato di travisare la verità, di disorientare e, soprattutto, di nascondere la poderosa unità della dottrina cattolica, sia intesa in se stessa, come compiuto sistema di comprensione del reale che ha in Dio stesso la propria origine soprannaturale, sia rispetto alla reale unità del Corpo ecclesiale che, ben lo sappiamo, è seme fecondo d’efficace testimonianza, all’insegna della preghiera sacerdotale: Ut unum sint. Ora è quanto mai importante evitare il proliferare di quello che non ho timore di definire un vero e proprio far west comunicativo, nel quale alcuni sacerdoti, pretendendo di parlare in nome della Chiesa e, di fatto, in parte rappresentandola, almeno in forza dell’ordinazione sacramentale, procurano divisione e disorientamento, arrecando un vero e proprio danno all’unità e all’efficacia della comunicazione ecclesiale ed evangelica. Se si considera, poi, l’amplificazione che tali interventi mediatici hanno, in forza degli strumenti adottati  la responsabilità diviene davvero incalcolabile. Vengono in mente le parole chiare del Signore: «Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli» (Matteo, 5, 19). Probabilmente, parte della Chiesa, e in essa del corpo episcopale chiamato a vigilare, deve ancora assumere pienamente il significato portante che, anche a livello antropologico, ha avuto, e avrà nei prossimi decenni, la cosiddetta «rivoluzione mediatica», che, dopo quella francese e industriale, è la più importante rivoluzione della modernità.

 

Un’ultima osservazione sul significato e sulla corretta collocazione teologica della comunicazione. Non di rado si è creato un certo slittamento semantico tra i termini «comunione» (communio) e «comunicazione», pensando d’individuare reali o presunte «radici trinitarie» alla comunicazione umana. Se è chiaro che è sempre l’uomo l’attore, o almeno uno degli attori, della comunicazione, e che l’uomo è stato creato a immagine del Dio trinitario, ed è chiamato a divenirne somiglianza, tuttavia non pare direttamente giustificata un’identificazione dei due suddetti termini. La communio appartiene all’ordine dei fini ed è assolutamente necessario rispettarne la natura, anche e soprattutto all’interno del discorso teologico. La comunicazione, per contro, appartiene all’ordine dei mezzi e può lecitamente essere descritta come un mezzo, forse come uno dei mezzi più efficaci, per il raggiungimento o, meglio, l’accoglienza della communio. Ritengo che la riflessione  su  questa «strumentalità» e «finalizzazione» della  comunicazione  alla  comunione, sia premessa indispensabile d’ogni pensare teologico, che voglia portare un contributo realmente edificante, e permetta, anche alla comunicazione dei sacerdoti, una reale finalizzazione che, in sintesi, potrebbe, semplicemente, rispondere alla domanda: «Quanto sto comunicando appartiene alla Chiesa? Favorisce la comunione? Comunico, cioè metto in comunione, chimi ascolta, con duemila anni di storia cristiana?».

 

Anche nella comunicazione dei sacerdoti è di straordinaria efficacia quanto ricordato dal Papa nella Caritas in veritate: «L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza. Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende — per dirla in termini di fede — dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società: “Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407)». Evidentemente può essere causa di gravi errori anche nel campo della comunicazione e della «comunicazione nella missione del sacerdote».

 

[L’OSSERVATORE ROMANO – Edizione quotidiana – del 20 novembre 2009]

 

3 Comentários

  1. Olá novamente padre Joãozinho

    Lendo o referido documento da conferência, tenho que parabenizar o belo discurso do Mons. Piacenza.
    Vejo agora que a discussão sobre o padre da mídia alcançou um patamar universal. O que ele discursou não serve apenas aos padres que estão diretamente na mídia, mas também aos sacerdotes que tem o ministério da pregação desde a sua paróquia até os grandes eventos.
    Apesar de gostar muito do seu trabalho evangelizador e também, do trabalho do padre Fábio, desejo cada vez mais como católico o zelo de vocês, que não se esqueçam daquilo que o mons. Falou:

    il sacerdote e il sacerdozio non sono autosufficienti o indipendenti da Cristo e, quando — Dio non voglia! — lo divenissero, perderebbero la propria stessa forza missionaria, riducendosi a mere realtà umane, incapaci, per conseguenza di comunicare e rappresentare il Mistero.

    Abraço fraterno

    Fernando Mazer (twitter: @fernandomazer)

  2. Boa noite, padre
    Será o meu último comentário sobre esse assunto. Se o senhor trouxe esse assunto a fim de provocar uma discussão saudável, o objetivo prdeu-se…
    Alguns já estão entrando na vida pessoal do padre Fábio, o que é um desrespeito e justo no site de seu grande amigo…
    Isso é uma decepção…
    O que esse arcebispo italiano quis dizer, ninguém mais se interessa. O assunto agora tornou-se particular. A vida e o ministério do padre Fábio…
    Que decepção!!!
    Gosto da igreja, mas não suporto os católicos hipócritas e estou observando que há muitos aqui…Basta lançar uma dúvida e logo começam a questionar…
    Que fé imatura,distorcida… Pessoas que conhecem o trabalho do padre Fábio agora acham-se no direito de julgá-lo com palavras depreciativas e extremamente fortes e no site do amigo…
    Fala sério…
    Eu já nem quero saber o contexto da frase desse arcebispo, pois isso já foi esquecido por todos, virou julgamento da vida e ministério do padre Fábio. Esquecem-se de que possui superior,seu bispo, e há ainda CNBB…
    Por que não seguem os ensinamentos de Cristo e deixem o julgamento para Deus?
    Se o senhor não tinha a intenção de provocar tamanha balbúrdia,infelizmente, conseguiu… O padre Fábio agora possui um número maior de opositores devido a esse post.
    Totalmente fora de época esses comentários, sobrou até para o Chalita.

  3. Pingback: Padres Showman « O Possível e O Extraordinário

  4. Clébio Cid

    Gosto do Padre Joãozinho de coração… Admiro e sua trajetória, seus exemplos; também gosto muito do Padre Fábio… Há um bom tempo acompanho o seu trabalho e posso dizer que devo muito a ele, por suas canções, suas palavras de sabedoria muito me ajudaram. O Gabriel também é muito bom…

    Eu não gosto da forma como algumas pessoas fazem seus julgamentos a respeito de um sacerdote como o padre Fábio, por exemplo. Lembro sempre daquela passagem que fala da trave e do cisco…

    Agora o padre Joãozinho está de Parabéns, por expor essa realidade dos sacerdotes, não me refiro só aos que estão na mídia, mas a todos os padres católicos, em suas paróquias, congregações… Este ano sacerdotal é um tempo propício para que os sacerdotes façam uma profunda e sincera reflexão sobre o ministério de cada um.

    Mas também não gosto dessa blindagem que se criam para as pessoas que admiramos. Eu sou imperfeito, Padre Joãozinho, Pe Fábio, Gabriel Chalita também o são. Muitas vezes em meio às palavras de misericórdia de um padre podem ocorrer alguns deslizes doutrinários e isso é muito importante sim. O nosso Sumo Pontífice S.S Bento XVI tem nos lembrado bem a buscarmos a Verdade com Caridade e Caridade com Verdade. Não da pra separar uma da outra.

    Que eu, o maus críticos, os criticados e aqueles que por generosidade os defendem, em fim todos, lembremos sempre que só Deus pode julgar, pois só Ele é perfeito. E que nós sempre precisaremos melhorar um pouco mais para imita-lo como Ele deseja, na sua bondade, misericórdia, justiça e amor.

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